Fanghi di depurazione: una risorsa sostenibile

I fanghi sono il residuo di depurazione delle acque reflue, che si possono trasformare in nutrienti e compost in agricoltura, ma anche in energia

Acqua e suolo sono i due elementi naturali coinvolti quando si parla di fanghi di depurazione, sottoprodotto del processo di “pulizia” delle acque reflue, che può essere riutilizzato sui terreni agricoli o trasformato in energia. Ecco perché la corretta gestione del loro recupero e trattamento, fase ultima del ciclo idrico, assume un ruolo centrale in un’ottica di economia circolare, facendoli passare da costo a opportunità.

Cosa sono i fanghi di depurazione

I fanghi, presenti negli impianti di trattamento, sono il residuo di depurazione delle acque reflue provenienti da insediamenti civili e produttivi, in cui oltre ai reflui domestici entrano anche le acque di dilavamento delle strade e gli scarichi non pericolosi degli insediamenti industriali presenti nel tessuto urbano. Sebbene esistano tecnologie per minimizzarne la produzione, i fanghi costituiscono l’inevitabile prodotto del processo depurativo; la loro quantità è direttamente correlata al grado di affinamento raggiunto. In effetti, la maggiore produzione di fanghi rappresenta per la depurazione un elemento virtuoso, poiché è direttamente correlata al carico inquinante abbattuto. 

I numeri

Al 2018 risultano in esercizio in Italia poco più di 18mila impianti di depurazione delle acque reflue urbane, numero che - nonostante il leggero aumento - non è ancora sufficiente a soddisfare i fabbisogni della popolazione: 1,6 milioni di cittadini vivono attualmente in aree prive di depuratori (Istat 2020).  Nel 2018 i fanghi da trattamento acque reflue urbane prodotti in Italia sono stati nel complesso 3,1 milioni di tonnellate (Fonte ISPRA). La situazione sul territorio è alquanto eterogenea: nelle regioni dove la depurazione è più efficiente si ha una maggior produzione di fanghi. In testa si trovano la Lombardia (14,0%), l’Emilia Romagna (12,2%), il Veneto (12,0%) e il Lazio (11,6%). In coda risultano invece Sicilia, Calabria, Valle d’Aosta, Molise e Basilicata.

Il processo di recupero

Dopo aver eseguito le necessarie analisi dei fanghi, si passa al recupero, che può avvenire con modalità diverse: attraverso lo spandimento in agricoltura, che consente il riutilizzo di nutrienti (tra cui l’azoto e il fosforo), di micronutrienti e sostanze organiche ed è in linea con l’economia circolare, oppure con produzione di compost, anch’esso pensato per usi agricoli e che prevede l’aggiunta di strutturanti (ramaglie e potature) ai fanghi; necessita quindi di impianti grandi e tempi lunghi di lavorazione. Altra strada è quella della valorizzazione energetica dei fanghi, che può avvenire nei termovalorizzatori a integrazione dei rifiuti solidi urbani o ad altre biomasse o in impianti dedicati che consentono, oltre appunto alla produzione energetica, il recupero del fosforo dalle ceneri; infine, va ricordata la digestione anaerobica per la produzione di biogas/biometano e digestato.

a cura della redazione di e-gazette